CENNI STORICI GENERALI


Il comune di Balvano ha origini molto antiche, sul territorio sono stati rinvenuti monumenti funebri risalenti al I sec. d.C., tra cui la tomba della sacerdotessa romana Giulia Celerina. Sull’origine del nome convivono due ipotesi, l’una legata alla presenza della famiglia normanna dei Balbia, “fondus balbiani” e la seconda derivante dal termine latino “balua”, baluardo, tale ipotesi è corroborata dallo stemma del comune dove è rappresentata una fortezza fra le rocce. L’attuale centro di origine longobarda, sorge attorno al castello. Proprio in epoca normanna Balvano fu eletto a contea, nel XII sec. fece parte del Principato di Salerno. In questo secolo fu governato dalla nota e potente famiglia normanna dei Balbia. Sotto gli angioini questa terra fu retta da vari feudatari tra cui Metteo de Chevreuse, Giorgio di Alemania e Fortebraccio di Romagna. Fu suffeudo del conte di Buccino e poi di Caracciolo di Sicignano. In seguito il feudo fu venduto da Bernabò Caracciolo a Domenico Jovine, che fu ucciso nel 1647 dalla popolazione insorta contro di lui. Il castello è tuttavia appartenuto alla famiglia Jovine fino al ‘900. Proseguendo nel tempo si trova un altro episodio molto interessante che riguarda la storia di Balvano: l’arrivo, nel 1861, di Josè Borges e dei briganti della banda di Carmine Crocco. Dalle cronache dell’epoca si legge che la banda dei briganti entrò a Balvano la sera del 23 novembre 1861 ricevendo le migliori accoglienze da parte di tutta la popolazione che in coro urlava “Viva Francesco II e morte a Vittorio Emanuele!!” e sostituiva al tricolore la bandiera borbonica. La banda era composta di circa 700 uomini armati e di 100 uomini disarmati che portavano viveri per la truppa e il bottino fatto nelle scorrerie. Le autorità civili si nascosero nel castello, solamente per dimostrare alle autorità nazionali la loro estraneità a quanto accadeva in paese, ma in realtà assecondarono le volontà della banda Crocco. Il 24 novembre 1861 la banda lasciò Balvano, senza aver commesso gravi eccessi o misfatti, sempre festeggiata ed acclamata dalla popolazione che l’accompagnò per un buon tratto di strada. Balvano è reso celebre a livello nazionale da due tristi vicende, una è la più grande tragedia ferroviaria della storia d’Italia. Il 3 marzo 1944 nella galleria “Delle Armi”, nei pressi della stazione di Balvano-Ricigliano, in provincia di Potenza, lungo la ferrovia Battipaglia-Metaponto, il treno merci 8017, che trasportava abusivamente numerose persone, si fermò all’interno del tunnel e non riuscì a proseguire in quanto troppo pesante per la pendenza della linea. I tentativi falliti di smuovere il mezzo messi in atto dalle due locomotive produssero elevate quantità di gas di scarico tossici che provocarono il decesso di oltre 500 persone. La seconda è il terremoto del 23 novembre 1980, Balvano fu tra i comuni più colpiti, la comunità distrutta fu visitata da papa Giovanni Paolo II, dal presidente della Repubblica Sandro Pertini e dal presidente del Consiglio Arnaldo Forlani.

CASTELLO:


Il castello di Balvano sorge su una rupe calcarea e domina la gola di Romagnano, ha origini normanne, ormai celate dai mutamenti architettonici che la costruzione ha subito negli anni, ma rese evidenti dagli accenni visibili di due torri-vedetta originarie del primitivo impianto, il quale dovette essere comunque molto ristretto rispetto all’edizione integra. La struttura ha subito negli anni i danni di un’intensa attività tellurica che ha sempre contraddistinto l’area. Originariamente il castello era racchiuso da una cinta muraria con una torre cilindrica angolare e si componeva di due corpi distinti, di cui uno a quota più bassa dove si apriva il portone di ingresso. Da qui partiva un lungo androne che si immetteva su una rampa gradonata, la quale si collegava con il secondo corpo: l’edificio vero e proprio. Il castello ha subito danni rilevanti a causa del sisma del 1980.

PALAZZO LASPRO:


Costruito nel 1750, è la casa natale dell’arcivescovo Valerio Laspro. Il palazzo ha ospitato insigni personaggi come Vittorio Emanuele II, la regina Margherita, l’on. Francesco Saverio Nitti ed altre personalità storico letterarie. L’edificio si sviluppa su due piani ed è costituito da ambienti conseguentisi non indipendenti tra loro. La comunicazione tra i due piani è assicurata da una scala principale con ringhiere in ferro battuto e gradini in pietra. Gli interni sono caratterizzati da ampie e numerose stanze, saloni, bagni e servizi. Il fronte principale, con balconi e finestre simmetricamente disposti, configura un aspetto nobile e rappresentativo. Il complesso, posto su via Umberto I, definisce un valido elemento architettonico di notevole bellezza e di pregio per l’intera comunità ed è stato recuperato con un intervento di restauro conservativo.

CASINO LASPRO:


Il Casino Laspro risale presumibilmente all’800 e si trova in contrada Gaudino. La struttura a forma quadrata si appoggia su un’area rocciosa. Interamente costruito in pietra, ha gli angoli e i portali in pietra da taglio ben squadrata. Al piano terra la struttura è a volta a botte con alcuni archi più ribassati trasversalmente. Il primo piano invece è una grande scatola, con un solo muro portante centrale, la copertura in legno, tavole ed embrici. Presumibilmente la copertura originale doveva essere a quattro falde e non a tre come si presenta adesso. Le torrette di guardia e la bella linda di tetto alla romanella, veramente particolare, rendono l’organismo di notevole pregio architettonico. Il manufatto, secondo quanto attestato dalla proprietaria (Anna Laspro) fu interamente progettato da un architetto napoletano. Un vano del fabbricato a piano terra è adibito a cappella per la Madonna di Gaudino, che il popolo di Balvano festeggia in agosto, ed in occasione qui vi si celebrano le funzioni religiose.

PALAZZO TIRICO:


Il palazzo Tirico, sito in piazza Cavour, costruito nel XVIII secolo, rappresenta una tra le poche testimonianze di edificio palazzato di impianto settecentesco. Delimitato da tre fronti stradali, si presenta con imponenza rispetto all’edilizia minore circostante, con il quarto fronte su un maestoso giardino con piante ornamentali. Il prospetto principale su piazza Cavour ha subito alcune trasformazioni; resta comunque ancora interessante per gli elementi conservati, spicca il portale in pietra lavorata con sovrastante lostemma in pietra che simboleggia la grandezza del casato. Le ringhiere in ferro battuto, balconcino e finestre, fanno della facciata una prospettiva d’insieme altrettanto significativa. La tipologia è interessante per gli spazi che definisce: al piano terra, cantine, magazzini, cortile interno con il pozzo in pietra (che attualmente è stato sistemato nel cortile interno del convento di S. Antonio); al primo piano si possono osservare numerose stanze, un ampio salone e il loggiato. Ultimamente tale palazzo è stato acquistato dall’amministrazione Comunale, dopo un restauro è divenuto sede degli uffici comunali.

PALAZZO LENZI:


Il palazzo Lenzi fu fatto costruire nel XVII secolo dal sacerdote don Stefano Pacelli, acquistato poi da Alessandro Lenzi e da questi passato in proprietà per successione ai vari eredi. L’edificio si sviluppa su tre piani ed è costituito da ambienti non indipendenti tra loro. Vi è una scala principale che fa comunicare i diversi piani. All’interno vi sono quattordici stanze, saloni, bagni e accessori. La facciata restituisce alla struttura un profilo estetico nobile e rappresentativo assicurato dai due balconi e ringhiere in ferro battuto, simmetricamente disposti sopra i portali del fronte principale. Le mura della facciata principale e gli elementi in pietra conferiscono al tutto un aspetto architettonicamente valido. Il complesso è posto nella piazza Cavour, e insieme alla chiesa madre e agli altri palazzi definisce un ambiente di pregevole valore architettonico e artistico. Il sisma del 1980 ha gravemente danneggiato il palazzo, tanto da rendere necessaria la parziale demolizione, relativamente al sottotetto e a parte del secondo piano. A seguito del completamento dei lavori di restauro il palazzo è ora tornato ai suoi antichi splendori.

PALAZZO PACELLI:


Il palazzo Pacelli, sito in via Roma, costruito intorno al XVI secolo, fu per vari secoli il centro della vita del paese, per la centralità che la famiglia Pacelli ebbe nella vita sociale della comunità balvanese. Il palazzo, dopo varie vicissitudini, tra le quali il terremoto del 1561, venne restaurato nel 1700 da don Fabrizio Pacelli, così come si legge in una iscrizione posta sotto lo stemma della famiglia, sito sul portone di ingresso, contornato da un bugnato di pietra locale. Il prospetto principale su via Roma ha subito alcune trasformazioni, il portale, le finestre simmetricamente disposte, il balconcino in asse al portale fanno della facciata una prospettiva d’insieme altrettanto significativa. La tipologia si sviluppa attorno a un cortile interno che distribuisce i vari ambienti. Al piano terra si possono osservare la cappella privata, gli ambienti con caminetto in pietra, l’ atrio d’ingresso con ricche inferriate, scale in pietra per la comunicazione ai piani superiori; la scala interna, coperta da una volta a botte portante conserva ancora originali gradini in pietra. Restano ancora in buono stato i caminetti in pietra locale nelle stanze al secondo piano. All’esterno un’iscrizione precisa: “qui non si gode asilo”. La cappella di famiglia custodisce un altare del XVIII secolo in legno lavorato, sormontato da una nicchia contenente la statua in legno della Madonna del Monte (secolo XVII). Il terremoto del 1980 ha danneggiato l’edificio che però non ha subito crolli delle strutture.

MONUMENTO AI CADUTI:


Il monumento ai caduti fu solennemente inaugurato il 31 agosto del 1925, con l’intervento di mons. Scarlata, vescovo di Muro Lucano, e di mons. Cesarano, arcivescovo di Campagna. È dedicato ai 48 Balvanesi morti in guerra per la Patria. La scultura in marmo bianco e di Pietrasanta, è dell’artista Giuseppe Ciocchetti di Roma, su progetto del giovane ingegnere balvanese Alessandro di Stasio. Il gruppo scultoreo rappresenta una figura femminile alata, personificazione della Vittoria, che abbraccia e bacia un soldato morente in battaglia, ai loro piedi rami con foglie di quercia e di alloro, insieme ad un fucile e ad un bastone. Sulla facciata principale del basamento vi è un fregio con bacche e fogliame interrotto da un tondo, con l’indicazione degli anni relativi alla guerra 1915-1918, alla cui sommità è visibile parte di un pugnale in bronzo. Sulla facciata posteriore del basamento il fregio con bacche e fogliame è interrotto da un tondo recante l’indicazione dell’anno di realizzazione dell’opera. La scultura è circondata da un’aiuola a base quadrangolare e recintata da una cancellata in ferro battuto.

CHIESA MADRE SANTA MARIA ASSUNTA


Non esiste una data certa riguardo la costruzione originaria della chiesa, ma secondo un documento fu consacrata il 19 novembre del 1236 da mons. Roberto che fu vescovo di Muro. Fu ricostruita dopo il terremoto del 1694 ad opera del vescovo Pacelli, ma riconsacrata qualche anno dopo da mons. Manfredi vescovo di Muro in data 31 ottobre 1729 sotto il Pontificato di Benedetto XIII. A seguito del terremoto del 1980 la chiesa balza all’attenzione nazionale a seguito della tragedia che si è consumata, dovuta al crollo parziale dell’edificio, e che ha sepolto tra le sue macerie decine di persone intente a pregare; subisce gravi danni e si decide di procedere all’abbattimento e alla ricostruzione ex novo. La nuova chiesa ricostruita fu consacrata il 21 settembre 2002 da mons. Agostino Superbo, la chiesa si presenta all’esterno con una facciata moderna caratterizzata dalla presenza di un ampio ingresso con due nicchie poste lateralmente e nella parte superiore una serie di finestre vetrate rettangolari alte e strette e un orologio nella parte finale. La struttura interna è caratterizzata da un’unica ampia navata con soffitto in struttura di legno lamellare e una serie di archi a tutto sesto disegnati nelle due pareti laterali che si sviluppano a tutt’altezza fino all’attacco della copertura. Nell’abside è collocato l’altare maggiore secondo l’uso pre-Concilio recuperato dalla struttura della chiesa precedente. Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio, è collocato il nuovo altare. Esternamente, sul prospetto ovest, è presente un corpo indipendente ma collegato al resto della struttura dove in adiacenza trova collocazione il campanile. Questo corpo rappresenta la “cappella della memoria”, una struttura alla quale si accede sia da un ingresso posto alla sinistra nell’abside sia esternamente da un ingresso sul prospetto principale del corpo stesso. Tale cappella conserva un altare in marmo policromo con decorazioni e altri manufatti recuperati dalla struttura della precedente chiesa demolita; sulla parete di fondo sono collocate le targhe marmoree con i nomi delle vittime causate dal crollo della chiesa a seguito del terremoto del 1980. La chiesa custodisce un fonte battesimale in pietra scolpita del XVIII secolo, collocato sul presbiterio, le statue del Sacro Cuore e quella della Madonna del Carmelo del XVIII-XIX secolo, un Crocifisso ligneo intagliato e dipinto della seconda metà del XVII secolo e un dipinto murale della Madonna di Costantinopoli e santi del XVI secolo collocato dietro l’altare nella cappella della memoria.

CHIESA E COMPLESSO CONVENTUALE DI SANT’ANTONIO:


Riveste notevole rilevanza nella storia del paese l’arrivo dei francescani, anche se gli inizi sono piuttosto travagliati. Nel 1586, con licenza del vescovo Petrolino e con il contributo dell’università e del popolo, in un luogo ameno e solitario iniziarono i lavori della costruzione del convento di S. Antonio, che nel 1591 accoglie i frati minori dell’Osservanza di Principato Citra. Oltre alla chiesa di Sant’Antonio, fa parte di questo complesso conventuale uno splendido chiostro interamente decorato da un ciclo pittorico composto da 24 lunette con storie della vita del santo francescano ad opera dei pittori lucani “Il Pietrafesa” e Girolamo Bresciano. I lavori di costruzione, forse non bene eseguiti, o il clima non accettato dai frati venuti dalle coste del salernitano, causano la morte di alcuni frati, e il convento viene abbandonato. Nel 1606, con atto del notaio Leonardo Pagano, subentrano i frati della provincia di Basilicata “religiosi più maturi, avvezzi al travaglio e sofferenti alle pene”. Così i nuovi arrivati vengono presentati in un manoscritto del 1859, conservato nella biblioteca della famiglia Laspro-Trerotola in Balvano, scritto da fra’ Fortunato De Simone da Balvano, per ricordare la visita del re Ferdinando II del 28 settembre 1847. Nel corso del XX secolo sono state eseguite numerose trasformazioni sull’intera fabbrica e la costruzione di corpi aggiunti addossati al perimetro esterno impediscono una chiara lettura dell’impianto originario. I più recenti lavori di restauro e consolidamento della struttura hanno portato alla luce l’antica cripta che giaceva sepolta sotto il pavimento della chiesa. La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare caratterizzata dalla presenza di un portale in pietra del XVII secolo, con stemma gentilizio, sormontato da una lunetta con affresco, raffigurante la Madonna, e nella parte superiore tre finestre rettangolari. Al suo interno un’unica navata con zona presbiteriale delimitata, dal resto dell’aula, da un arco a tutto sesto. Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio, è collocato l’altare marmoreo. Alle sue spalle una nicchia con la statua di S. Antonio e un crocifisso ligneo. Oltre all’altare maggiore sono presenti, sulle pareti della navata, altri sei altari laterali marmorei, tra i quali spiccano quelli con l’edicola della Madonna Addolorata e di S. Francesco d’Assisi. Esternamente, sulla facciata posteriore, trova collocazione il campanile con un livello di finestre rettangolari su quattro lati.

CHIESA SANTA MARIA DI COSTANTINOPOLI:


La chiesa fu costruita in una campagna di Balvano insieme ad un piccolo convento adiacente (che, anticamente, pare ospitasse un orfanotrofio curato dalle suore Orsoline). Ora vi rimane ben poco: in piedi c’è ancora il campanile, notevolmente lesionato, alcuni ambienti del convento e parte della parete sinistra della chiesa, dove sono stati rinvenuti, a seguito di un crollo, resti di affreschi appena visibili e databili al XVIII secolo. All’interno vi era un dipinto murale raffigurante la “Madonna con i Santi” che è stato staccato e trasferito a Matera per restauro (attualmente si trova all’interno del convento di S. Antonio). Sono andati distrutti invece l’alzata d’altare, la tela raffigurante la discesa dello spirito santo (XVIII secolo) e il portone esterno in legno del XVI secolo. È presente una statua lignea di S. Vincenzo Ferrer del XVII secolo. Sulla costruzione di questa chiesa esiste una leggenda tuttora viva in paese, legata ad un’apparizione della Madonna di Costantinopoli, secondo una tradizione popolare ancora viva, una signora vestita di bianco apparve ad una pastorella muta e le consegnò una lettera per il parroco del paese, dove veniva chiesta la costruzione, proprio nel luogo dell’apparizione, di una cappella intitolata a S. Maria di Costantinopoli, dopo quell’incontro la giovane riacquistò la parola.

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