CENNI STORICI GENERALI
L’origine del nome “Ruoti” è incerta: lo storico Racioppi nel testo “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania” lo assegna al latino del VI secolo e lo fa derivare da “Rodicium” trasformato, in seguito, nel termine “Rotum” che significherebbe “terra arabile” o “maggese.
La fondazione del paese, attribuita ai Sanniti, può essere datata intorno al VI secolo a.C. Il primo nucleo abitativo si sviluppò intorno all’antico castello, in una buona posizione difensiva: a
sud e ad est, infatti, vi erano rupi, sull’altro versante, invece, si edificarono mura fortificate, delle quali sono visibili ancora oggi dei resti tra Strada della Rocca e Strada sotto le Mura.
Importanti ritrovamenti archeologici hanno interessato la comunità di Ruoti, in queste ricerche ha rivestito un ruolo importante l’illustre ruotese Gerardo Salinardi.
Tra i ritrovamenti degni di nota si può menzionare la villa romana sita in località San Giovanni eun’area sacra risalente al IV-III sec. a.C., dedicato alla Dea Bona e assimilabile al culto della dea Mefite, situata nella periferia del paese nei pressi della località ancora oggi detta “Fontana Bona”Il borgo assunse una notevole importanza in età normanna, il feudo di Ruoti, fece parte della Contea di Conversano, sotto la dominazione angioina divenne feudo dei Sanseverino e successivamente dei Corsaro.
Nel 1446 venne acquistato il feudo “per 1300 ducati” da Ruggero da Missanello e nel 1481 da Matteo Ferrilli, che già possedeva la città di Muro, vendutagli il 10 marzo 1477 dal re Ferrante d’Aragona.
Nel cedolario del 1508 la Terra di Ruoti risulta disabitata, in quanto la popolazione vessata dalle guerre tra angioni e aragonesi per il possesso del sud Italia e dalle epidemie che la guerra causava, si spostarono nei campi, il feudo fu ripopolato da una comunità di Albanesi, che ebbe il permesso di insediarsi nel 1511 da Jacopo Alfonso Ferilli, conte di Muro.
L’ultimo erede dei Ferrilli, Beatrice, andata in sposa a Ferrante Orsini, IV duca di Gravina, dona il feudo di Ruoti al figlio Flaminio.
Acquistato nel 1577 da Zenobia Scaglione, moglie di Giovan Battista Caracciolo, signore di Avigliano, passa, nel 1643 ai Capece Minutolo che, successivamente, ottengono il titolo di Principi di Ruoti.
A questi ultimi, seguono i Ruffo di Bagnara, ultimi feudatari di Ruoti.
Durante i moti del 1799 a Ruoti si costituì una Municipalità Repubblicana guidata dal sacerdote filo-giacobino Gerardo Pisanti, le truppe sanfediste dello Sciarpa repressero nel sangue il tentativo insurrezionale.
Nel 1860 quasi tutto il paese aderì al movimento unitario e un folto gruppo di cittadini accorse a Potenza. Molti seguirono Pisanti nella battaglia tra Garibaldi ed i Borbonici sul Volturino. Il 9 aprile del 1861 un tentativo di restaurazione borbonica fu in breve soffocato dalla Guardia Nazionale al comando del medico Gerardo Salinardi.
Come anche in altri paesi del Marmo Melandro durante il regime fascista, dopo la proclamazione delle leggi razziali vennero confinati a Ruoti sette ebrei, liberati dagli Alleati nel 1943.
VILLA ROMANA DI SAN GIOVANNI:
Tra il 1977 e il 1984, un’équipe di archeologi canadesi, diretti dal professor Alastair M. Small e di Robert J. Buck, dell’University of Alberta, hanno condotto delle ricerche archeologiche nell’area di San Giovanni di Ruoti, già segnalata da Gerardo Salinardi per la presenza di rinvenimenti di particolare pregio.
Gli scavi hanno portato alla luce uno straordinario complesso architettonico, costituito da una serie di edifici di differenti periodi che hanno caratterizzato la lunga storia del sito, frequentato probabilmente dalla fine del IV secolo a.C. fino alla metà del VII sec. d.C.
Sebbene vi siano tracce di edifici precedenti, le prime strutture ben leggibili della villa si datano dagli inizi del I agli inizi del III sec. d.C. e sono pertinenti a un tipico abitato rurale di età romana.
Tra il 350 e il 400 d.C. il sito venne riabitato dopo una fase di abbandono: l’impianto subì notevoli modifiche, con l’aggiunta di un complesso termale.
Tra il 400 e il 460 d.C. le vecchie strutture furono quasi totalmente abbandonate e un nuovo complesso tardo antico venne costruito in gran parte ex novo verso est rispetto alle vecchie strutture.
In questa fase, la villa cambiò fisionomia e non seguì più le caratteristiche degli insediamenti rurali romani, ma iniziò a strutturarsi diversamente, divenne un edificio più compatto e con una grande
sala absidata nel piano superiore. Dopo un terremoto, alla fine del V secolo, la villa fu ristrutturata e monumentalizzata, con l’aggiunta di una nuova sala absidata (praetorium) nel punto topograficamente più elevato dell’intero sito e di una torre di avvistamento adiacente.
I reperti attestano livelli di lusso mai toccati in precedenza, testimoniati ad esempio dal ritrovamento di straordinari mosaici policromi oggi conservati al Museo Nazionale di Muro Lucano, insieme a una selezione dei manufatti ritrovati durante lo scavo.
Se alcuni aspetti tipici delle ville romane continuano a sopravvivere, come ad esempio il complesso termale nel settore sud est dell’edificio, le caratteristiche preponderanti sono ormai quelle di una villa-praetorium, tipica della Tarda Antichità e sotto alcuni aspetti anche dell’Alto Medioevo. Il sito non è più tanto un luogo dal quale veniva organizzata la produzione nel territorio circostante, quanto un centro amministrativo e di potere.
Nonostante siano evidenti le tracce di declino nelle sue fasi finali, gran parte del complesso fu insediata fino al suo abbandono definitivo, datato intorno al 675 d.C.
SITO ARCHEOLOGICO DI FONTANA BONA:
A mezza costa fra l’abitato e la fiumara di Ruoti si trova una sorgente perenne nei cui pressi è stato individuato un piccolo santuario campestre, attivo sicuramente fra la fine del IV ed il II sec. a.C., anche se, per alcuni indizi, è forse possibile ampliare questa fascia cronologica.
Poco più in basso delle due vasche superstiti destinate alla raccolta delle acque, fra i ruderi di strutture diverse per tipologia ed età, è stata rinvenuta una stipe votiva costituita da statuette femminili, lucerne, thymiateria.
Le statuine sono di produzione locale, con le caratteristiche che da ciò derivano e trovano ampi confronti nell’ambiente lucano.
Il tutto fa pensare ad un culto femminile legato alle acque, in una posizione che è di cerniera fra le valli del Basento e del Sele, nodale quindi per l’incrociarvisi di numerosi tratturi.
ANTICO CASTELLO NORMANNO:
Rimane molto poco dell’antica rocca di Ruoti attorno al quale si sviluppò il centro medievale, il vecchio castello fu edificato in epoca normanna su preesistenti fondamenta osche e romane, in linea di massima conserva ancora molte caratteristiche di quell’epoca.Nel corso dei secoli ha subito molti rimaneggiamenti e l’imposizione di numerose sovrastrutture che hanno finito per celare la struttura architettonica più antica.
Può però ancora risaltare quella che doveva essere la costruzione primitiva a pianta quadrangolare.
La costruzione ha subito molti danni a causa del terremoto del 23 novembre 1980.
PALAZZO RUFFO:
Detto “Palazzo del Principe” fu costruito per la prima volta nella seconda metà del XV secolo, fu ampliato intorno al 1577 dai Principi Zenobia Scaglione e Gianbattista Caracciolo che, stabilitisi a Ruoti, trasferirono la corte baronale nel palazzo.
Dai Caracciolo il palazzo passa nel 1626 ai Principi Capece Minutolo, Baroni di Ruoti che lo tennero fino al 1830, anno in cui perviene per eredità alla Casa Ruffo.
Notizie storiche dirette si possono riscontrare nell’Archivio di Stato di Napoli dove l’immobile è riportato nel Catasto Onciario del 1753 intestato al barone di Ruoti Principe Don Ferdinando Capece Minutolo.
Il palazzo fornisce testimonianza di almeno due fasi della sua edificazione, con il portale bugnato
di sicuro periodo seicentesco e con l’ampliamento della precedente costruzione che vide l’annessione di una nuova ala sopra l’antica cappella di S.Sebastiano, che poi divenne nell’Ottocento sede della Guardia Nazionale.
L’interno offre un antico cortiletto con una loggetta seicentesca, gradinate in pietra dell’Abetina, scuderie e cantine.
È presente, inoltre, un cortile più recente che aveva la funzione di ricevere gli animali da soma con i quali i contadini portavano prima le decime, poi gli affitti del grano.
Sull’antica loggetta, inoltre, sempre in pietra dell’Abetina, si può scorgere un grande stemma dei Ruffo che, per eredità, dopo l’eversione della feudalità, ottennero i resti dell’antico feudo dei Capece Minutolo.
ANTICA CHIESA DI SAN LORENZO:
L’antica cappella risale al 1400 circa, fu edificata per volere dai Sanseverino che, come è noto, erano particolarmente devoti a San Lorenzo.
Nominata in molti documenti del 1600 come cappella già sconsacrata, venne in seguito venduta ed attualmente è incorporata in una casa privata.
Il ricordo ne è tramandato dalla piazzetta omonima.
ANTICA CHIESA DI SAN PIETRO:
Era forse la più antica Cappella di Ruoti al servizio del Castello Feudale. Oggi non sono visibili neppure i ruderi in seguito alle costruzioni di case private e di pavimentazione della piazzetta antistante. Ne resta il ricordo nella strada omonima.
CHIESA MADRE DI SAN NICOLA:
La prima notizia documentata della chiesa matrice si ha da un atto del notaio Mario di Avigliano del 1620, nel quale è ricordata la chiesa matrice di Ruoti, “di modesta grandezza”, con il titolo di S. Nicola. Ma le sue origini si devono riportare molto più indietro nel tempo, e probabilmente al tempo quando la vecchia chiesa era ubicata nei pressi del castello.
La crescita della popolazione, che nella tassazione del 1732 aveva raggiunto il massimo con 247 fuochi, rende ormai la chiesa matrice incapace di accogliere la popolazione e quindi nel 1794, si prende la decisione di abbatterla, e di ricostruirla più grande nello stesso luogo e con lo stesso orientamento.
Promotore principale dell’iniziativa per la ricostruzione della chiesa, a seguito della demolizione, è il vescovo Serrao, il quale, offrì la sua disponibilità e portò personalmente la prima pietra all’inizio dei lavori.
Il vescovo affidò l’incarico della direzione dei lavori allo stesso architetto Magri, discepolo del Vanvitelli, che cura la ristrutturazione della cattedrale di Potenza negli stessi anni.
I lavori terminano solo nel 1810, come attesta la lapide fatta porre dall’arciprete del tempo don Nicola Magno.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata in stile Neoclassico caratterizzata dalla presenza di un portale in pietra con due nicchie poste ai lati che ospitano statue marmoree.
Al suo interno un’unica navata. Nell’abside è collocato l’altare maggiore secondo l’uso preConcilio. Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio venne collocato il nuovo altare.
A sinistra del presbiterio, sotto la statua del Santo, è situato l’altare maggiore della vecchia chiesa, dedicato a S. Nicola, di pietra marmorea dell’Abetina.
Esternamente sul lato est trova collocazione il campanile con due livelli di finestre monofore.
Il campanile, preesistente alla nuova Chiesa, fu sopraelevato ed ultimato dopo il1814, al tempo dell’arciprete Vincenzo Caivano che sollecitò i cittadini di tutte le condizioni a trasportare pietre dalla “fiumara” di Ruoti.
Il terremoto del 16 dicembre 1857, e in seguito quello del 23 novembre 1980, lo danneggiarono tanto che si dovette ridurne l’altezza.
Antecedente alla nuova costruzione, cioè del 1763, è la campana maggiore sulla quale vi è rappresentata la Madonna, S. Nicola, S. Antonio e il Redentore. Sulla campana media vi era rappresentato S. Nicola ed una lucertola (tale campana fu fusa in
località Calvario, mentre tutti i cittadini gettavano nella fusione oggetti d’oro e d’argento).
La Chiesa conserva pregevoli opere artistiche, degne di menzione sono la tela del 1500 raffigurante la Madonna del Rosario e quattro dipinti settecenteschi di scuola napoletana del pittore Gian Lorenzo Cardone raffiguranti in diversi atteggiamenti, la Madonna al centro e santi in venerazione e in preghiera e una statua lignea di S. Rocco del 1700 con un reliquario di notevole importanza.
CHIESA DEL CALVARIO:
Non si hanno notizie certe circa la data di edificazione. Sorge all’entrata del paese, su uno spuntone tufaceo che ricorda il monte Calvario. Nel 1874, nello spazio laterale antistante, venne fusa una campana della Chiesa Madre raffigurante S. Nicola e una lucertola e tutti i cittadini gettarono nella fusione oggetti d’oro e d’argento in segno di pegno.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata in stile Neoclassico con una porta centrale e due porte finestre, ora murate, e timpano superiore con una finestra. Al suo interno un’unica navata.
Nell’abside è collocato l’altare maggiore secondo l’uso pre-Concilio con due nicchie poste al di sopra.
CHIESA DEL ROSARIO:
Non si hanno notizie certe circa la data di realizzazione della chiesa.
È presente un portale di pietra locale da attribuirsi al 1400-1500 che ne fanno risalire la probabile data di costruzione. È stata luogo di sepoltura fino al 1851 quando venne costruito ed usato il cimitero.
La chiesa è stata restaurata dopo il terremoto del 1980.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare caratterizzata dalla presenza di un portale in pietra locale riportabile ai secoli XV-XVI, e al suo interno un’unica navata. Nell’abside è collocato l’altare maggiore secondo l’uso pre-Concilio.
Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio è collocato il nuovo altare. Trovano inoltre collocazione statue di pregiato valore: la Madonna del Rosario con il vestito del 1700 e le statue di S. Giuseppe e S. Lucia di epoca più recente.
CHIESA DI SAN ROCCO ALLA SPINOSA:
La sua origine è databile intorno al 1561 durante la peste su commissione del feudatario dell’epoca Caracciolo-Minutolo.
La sua origine è databile intorno al 1561 durante la peste su commissione del feudatario dell’epoca Caracciolo-Minutolo.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare caratterizzata dalla presenza di un portale in pietra del XVI secolo e nella parte superiore una finestra. Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio è collocato l’altare in legno.
All’interno della chiesa trova ubicazione la statua del Santo che viene portata in processione dalla chiesa madre il 16 agosto, e vi rimane fino alla prima domenica di settembre.
CHIESA DI SAN VITO:
Non si hanno notizie certe circa la data di edificazione. La chiesa conserva un altare in pietra locale dell’Abetina, che denota la presenza di valenti scalpellini locali nei secoli XVII-XVIII, quindi a tale data si potrebbe far risalire la costruzione della chiesa.
La chiesa è stata ricostruita ex novo per il Giubileo del 2000, dopo i danni subiti a seguito del terremoto del 1980.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare caratterizzata dalla presenza di una struttura in cemento armato emergente che accoglie l’ingresso e nella parte superiore una finestra centrale circolare. Al suo interno un’unica navata. Nell’abside, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio, è collocato un altare in pietra locale dell’Abetina del XVII-XVIII secolo. La chiesa è ubicata al termine di un grande spiazzo, con percorsi pavimentati, e sistemato a verde nell’ambito dell’antica villa in un’oasi di verde.
CHIESA DI SANT’ANTONIO:
La chiesa è di recente costruzione ed è stata inaugurata nel 2004. La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare, in parte in mattoni e blocchi a faccia vista e in parte tinteggiata, caratterizzata da un corpo avanzato che costituisce l’ingresso principale, nella parte superiore tre finestre, una circolare centrale e due laterali, e il campanile innestato centralmente in corrispondenza del corpo interno d’ingresso. Al suo interno un’unica navata. Nell’abside è collocato un crocifisso su struttura in mattoni. Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio è collocato l’altare.
BOSCO ABETINA:
Il bosco Abetina di Ruoti è annoverato tra le aree Sito di Interesse Comunitario (SIC) della Basilicata, ed è situato interamente nel comune di Ruoti.
L’importanza del sito è dovuta alla presenza di popolazioni relitte di abete bianco di notevole importanza sul piano della conservazione del germoplasma.
Già nel 1971 la Società Italiana di Botanica (SBI) censì l’abetina di Ruoti come biotopo di rilevante interesse vegetazionale e conservazionistico per la presenza nell’area di nuclei di abete bianco autoctono.
L’Abetina di Ruoti è un bosco che, fino agli anni ’30 veniva descritto dal Gavioli (1934) come “un bosco quasi puro di Abies alba, ricco di magnifici e colossali esemplari”.
Le successive utilizzazioni hanno determinato la riduzione delle aree con presenza di abete bianco e una maggiore presenza del cerro. Il sottobosco è ricco di specie arbustive ed erbacee fra le quali anche specie rare ed endemiche.
Particolarità del sito è che l’abete bianco vegeta in cenosi miste con il cerro, mentre risulta rara la presenza del faggio. Già in documenti del 1848 si sottolineava la rarefazione del faggio che, nel
corso dei rilievi, è stato riscontrato in una sola stazione.
L’abete bianco è diffuso in quasi tutta l’area SIC con esemplari isolati anche di notevoli dimensioni e/o biogruppi stratificati e presenta un buon grado di rinnovazione naturale.