Al confine tra il comune di Bella e il comune di Muro Lucano sorgono le rovine di Numistrum, antico municipium romano nei pressi del quale nel 210 a.C. si combatté uno scontro tra le truppe di Annibale e le legioni romane guidate da Marco Claudio Marcello, celebre console romano che tra le altre cose guidò le truppe romane contro Siracusa e si scontrò con le macchine da guerra dello scienziato siracusano Archimede.
L’esito della battaglia di Numistrum, narrata da Tito Livio e Plutarco, non fu definitivo ma le truppe romane riuscirono a mettere in fuga Annibale, risultato che assume una particolare rilevanza se si pensa che l’esercito romano veniva da una tragica sconfitta presso la città romana di Herdonia.
Il territorio dell’attuale Comune, abitato anticamente da gente osca, nel XII secolo comprendeva il vasto feudo di Santa Sofia, quello più piccolo delle Caldane e altri 16 minuscoli feudi, unificati, sotto Federico II, in unico feudo denominato di Bella; rimarrà una peculiarità del paese la ramificazione su varie frazioni.
La storia di questo paese è un coacervo di culture, di popoli che si incontrano e scontrano e riflette la storia dell’asse mediterraneo. Infatti, la leggenda popolare narra che la città abbia vissuto varie invasioni, gli studi storiografici hanno colto un fondo di verità: è storicamente provato che gli Abellani si scontrarono con un’orda di Saraceni tra il X e l’XI sec.; da quello scontro infatti deriva il toponimo di “Contrada Fontana dei Saraceni”, luogo dove avvenne lo scontro.
Lo scontro con i Saraceni fece emergere la necessità di fortificare l’abitato: sorsero in quel periodo, oltre alle mura della città e alla torre attorno al quale si costruirono nuove abitazioni, varie torri di avvistamento nelle colline circostanti.
Stando alla leggenda, la venuta dei Normanni fu ancora più tragica. L’accoglienza diffidente dei cittadini, che avevano già vissuto l’invasione saracena, scatenò l’ira delle truppe normanne che saccheggiarono varie contrade bellesi e furono fermati dall’eroica resistenza della giovane Isabella, che pur di salvare il villaggio di San Lorenzo, corse da sola verso le truppe che, vedendo la scena, impietositi dalla giovane ragazza, fermarono i saccheggi.
Nel 1560 il popolo, stanco dell’oppressione feudale, deliberò riunito in un pubblico parlamento di passare sotto il diretto dominio del Re. Ottenne l’assenso regio nel 1562 e pagò 14.700 ducati. In quell’occasione il Re approvò, su richiesta dell’Università bellese, uno Statuto in 26 Capitoli per garanzie autonomistiche in relazione a un buon governo comunale.
Nel 1564, però, il popolo, vessato dal dominio regio, deliberò di riportarsi sotto il dominio feudale. Si offerse al barone Agostino Rondone di Melfi e gli prestò anche i 14.700 ducati necessari per il deliberato riscatto.
Il feudo fu venduto dalla figlia del Rondone ai Caracciolo nel 1591 che lo mantennero fino all’abolizione della feudalità.
La nascita della Repubblica Napolitana nel 1799 creò tumulti anche a Bella; 28 bellesi morirono negli scontri tra rivoluzionari e filo-borbonici.
L’ultima delle tante incursioni che Bella ha conosciuto nella sua storia è quella dei briganti di Carmine Crocco che nel 1861, dopo il rifiuto dell’autorità di fornire vettovaglie e di pagare una taglia, assalirono il paese, costringendo i cittadini a barricarsi nel castello.
Nel 1959 San Cataldo, principale frazione del comune di Bella, fu la location del cortometraggio “Nascita e morte del Meridione” diretto da Luigi Di Gianni, un documentario che in linea con le idee dell’antropologo Ernesto De Martino indagava le condizioni di vita della società rurale lucana e il suo rapporto con il mondo magico.
Il castello di Bella risale all’XI sec. e originariamente aveva una valenza prettamente difensiva, attorno al torrione in senso concentrico si è andata costruendo nel tempo la struttura urbanistica del centro abitato.
La torre fu rimaneggiata dai vari feudatari e in epoca aragonese, come suggerisce l’aggettivo che nel comune parlare identifica questo maniero, il signore di Bella Agostino Rondone ampliò la struttura originaria rendendola un castello a pianta quadrata con quattro torri poste agli angoli, così
come si evince dalla lapide ancora visibile all’interno del cortile.
Dopo i Rondone, il castello appartenne ai Caracciolo che acquisirono il titolo feudale.
Nel 1925, fu rilevato dal Comune che lo rimodernò e lo affidò alle Suore di Maria Ausiliatrice per farne un asilo e una scuola professionale per le donne del paese. Successivamente, il Castello venne adibito prima, nel 1958, a Scuola di Avviamento Professionale e poi, nel 1962, a Scuola Media
Inferiore.
Oggi, della costruzione originaria rimangono solo il portale, un arco in stile romanico, due torri, in quanto le altre due crollarono in seguito ai terremoti del 1694 e 1980 e due dei tre piani interni.
Ristrutturato dopo il sisma del 1980, oggi il castello è visitabile, all’interno ospita un museo e un centro di informazione multimediale.
luogo di culto più grande e importante di Bella, risalente al XIII sec. anche se sull’origine della chiesa matrice, nell’inventario fatto dall’arciprete Giuseppe Gagliardi nell’anno 1727, è riportato che “per quanto si sa per antica tradizione questa
chiesa arcipretale fu eretta in tempo della Regina Giovanna II, dopo che questa Terra si stendeva verso Santa Maria, fu devastata dalle guerre del regno”; stando a quanto riportato, quindi, la chiesa dovrebbe risalire a dopo il 1414, primo anno di regno di Giovanna II, ma è molto probabile che si
tratti di una ricostruzione o di un rifacimento a seguito di danni subiti.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare caratterizzata dalla presenza di un portale in pietra e nella parte superiore una finestra. Al suo interno una navata centrale e due laterali.
Nell’abside è collocato l’altare maggiore secondo l’uso pre Concilio.
Sono presenti altri altari, per un totale di dieci, ricostruiti fra il 1920 e il 1931, di cui due, oltre l’altare maggiore, collocati nell’area presbiteriale e gli altri nelle due navate laterali. Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio e delimitato da una balaustra in marmo policromo
decorato, è collocato il nuovo altare. Sul fondo della navata centrale, al di sopra dell’ingresso principale, è presente un palco che ospitava un organo a canne in funzione fino al 1980 La chiesa custodisce una statua lignea del XVII sec. raffigurante san Giuseppe e le reliquie di san
Pio Martire patrono del paese.
Non si hanno notizie certe circa la data di costruzione della chiesa anticamente detta “della Pietà”, si ipotizza che sia sorta a cavallo tra il XIII e il XIV sec; dopo la fondazione della confraternita del Rosario, è chiamata con il titolo di S. Maria
delle Grazie e viene sempre indicata “extra moenia”.
Fu ricostruita nel 1539 in seguito ad un terremoto.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata in stile sostanzialmente Neoclassico caratterizzata dalla presenza, affianco al portale di ingresso, di due finestre monofore.
Nella zona del timpano è presente un orologio, ed è presente un campanile a vela in struttura metallica. L’interno è ad un’unica navata.
Nell’abside è collocato l’altare maggiore secondo l’uso pre Concilio.
Sul presbiterio, leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio è collocato il nuovo altare.
La chiesa ospita un pregevole polittico attribuito ad Andrea da Salerno e resti di affreschi del celebre pittore lucano Giovanni Todisco da Abriola
: la chiesa è stata costruita nel 1756 su suolo dato in lascito
dalla famiglia Ferrone ed in origine apparteneva alla Congregazione del Monte dei Morti.
All’esterno si nota una facciata lineare caratterizzata dalla presenza di un portale in pietra del XVIII
secolo; nella parte superiore una finestra monofora e un oculo, è inoltre presente un campanile a
vela. Al suo interno un’unica navata sul cui fondo è collocato l’altare maggiore secondo l’uso pre
Concilio. Sul presbiterio, immediatamente davanti l’antico altare in pietra colorata, è collocato il
nuovo altare.
: la chiesa è stata costruita nella seconda metà del XIX
sec. ed è legata al ricordo dei Bellesi emigrati nelle Americhe, i quali hanno sostenuto a suo tempo
ogni spesa.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata basilicale, frutto del restauro avvenuto dopo il
sisma del 1980.
La struttura interna è a tre navate, una centrale e due laterali.
Nell’abside è collocato l’altare maggiore secondo l’uso pre Concilio.
Sul presbiterio, delimitato da una balaustra in marmo, leggermente rialzato rispetto al piano di
calpestio è collocato il nuovo altare.
Le origini dell’attuale comunità ecclesiale si devono
ricercare in tempi molto lontani, quando, vi era la chiesa di S. Sofia, anticamente al centro del feudo
omonimo, che al tempo del Catalogo dei Baroni, comprendeva giuridicamente anche Baragiano ed
era più importante di Bella.
Nel 1681 il vescovo Pacelli concesse al chierico Bonaventura Cavallaro “l’Abbazia conosciuta sotto
il titolo di S. Sofia, nel feudo dello stesso nome, nel territorio della detta terra di Bella”, e già da
quel tempo il luogo era conosciuto come “li Casaleni”, ossia l’attuale frazione Sant’Antonio
Casaleni del comune di Bella.
In seguito si è ricostruita o forse costruita sul cucuzzolo della collina, detta poi di S. Antonio dei
Casalini, una chiesa intitolata a S. Sofia.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare caratterizzata dalla presenza di un portico
sul prospetto frontale e laterale destro con archi a tutto sesto; nella parte superiore tre finestre
monofore. Al suo interno un’unica navata. L’abside è a forma semicircolare e sul presbiterio,
leggermente rialzato rispetto al piano di calpestio, è collocato l’altare marmoreo.
Esternamente sul lato ovest trova collocazione il campanile con due livelli di finestre monofore sui
tre lati e due livelli su quattro lati.
la chiesa dell’attuale frazione di San Cataldo, antico
feudo, è dedicata al Santo irlandese che fu Vescovo di Taranto nel VII secolo.
Il culto di San Cataldo si diffuse dal 1071, epoca del ritrovamento dei suoi resti.
Era molto venerato dai Normanni e dai frati Benedettini, è ipotizzabile, pertanto, che la chiesetta di
S. Cataldo, di certo chiesa del feudo, risalga a questo periodo.
La chiesa si presenta all’esterno con una facciata lineare con ingresso ad arco e due aperture vetrate
laterali. Questa facciata, insieme al campanile a vela immediatamente innestato sulla sinistra, è stata
aggiunta alla struttura preesistente che da l’accesso vero e proprio alla chiesa. La preesistente
facciata, ancora oggi presente e immediatamente a ridosso della nuova, è caratterizzata dalla
presenza di una finestra circolare al disopra dell’ingresso; era presente inoltre un piccolo campanile
a vela prima della realizzazione della nuova facciata con il nuovo campanile nel 2012.
Al suo interno un’unica navata. Nell’abside, originariamente semicircolare, è collocato l’altare
maggiore secondo l’uso pre-Concilio.
Sul presbiterio è collocato il nuovo altare. Esternamente sul lato ovest trova collocazione il
campanile di recente realizzazione.
: la riforma agraria del 1953 fu un passaggio decisivo per la
storia della Basilicata, un Meridione di latifondi, con contadini vessati e sfruttati, vide nella riforma
uno spiraglio, la possibilità di ottenere la tanto agognata “terra”.
La borgata è il prodotto dell’ingegno urbanistico dell’architetto Plinio Marconi che scelse una
tipologia accentrante, invece che la tipica casa colonica lucana, optò per costruire una borgata rurale
che avesse il volto di una comunità, con dei servizi organizzati.
Il progetto riprese la struttura architettonica del tracciato ippodameo con un cardo e un decumano.
Oggi San Cataldo è la principale frazione del comune di Bella con i suoi 1091 abitanti, ha vissuto
modifiche urbanistiche rispetto all’impianto iniziale, ma rimane un luogo di aggregazione e di
comunità che rispecchia il sogno progettuale del Marconi.
San Cataldo è celebre anche per essere stata immortalata in alcuni scatti del fotografo neorealista
Franco Pinna.
la presenza delle acque minerali e sulfuree in territorio di Bella, in
località Bagni san Cataldo, era nota già dal XIX sec, già in alcuni studi di Giulio Corbo ripresi dal
De Marco nel 1811 si individuavano tre sorgenti di acqua sulfurea.
Inizialmente le terme venivano utilizzate dagli abitanti dei paesi limitrofi per curarsi, erano già note
le proprietà benefiche di quelle acque.
In seguito da una relazione sanitaria del Medico Provinciale si può apprendere che nell’anno 1897
esisteva una struttura con questa denominazione, proprietaria la nobile famiglia dei Motta Bagnara
e gestita da tale Pietro Petrone; nel verbale che fu stilato alla fine della visita sanitaria si legge:
“…L’acqua che sorge è solforosa a tempera- tura dai 18 ai 22 gradi; lo stabilimento è formato da
tre corpi di fabbricati che servono da abitazione ai bagnanti e di due che hanno vasche per bagni.
Il primo ha due piani, con undici stanze per piano (…) il secondo è costituito da otto stanze, ma di
alcune di queste deve proibirsene l’uso per abitazione in quanto non hanno alcuna finestra per il
ricambio d’aria e mancano di latrina. Il terzo fabbricato, da un lato ha due vasche circolari aperte,
una per gli uomini ed un’altra per le donne, col fondo di mattoni, intonacate con materiale
impermeabile. Dall’altro lato vi sono quattro camerini con due vasche, ciascuna per una persona;
inoltre vi sono altre due vasche in comune…”
Le terme furono attive sino al 1936.
La Casa delle Fiabe si trova in località Acqua del Faggio, tra i boschi
di Santa Croce, ed è un centro visite situato nell’ex edificio dell’ANAS, interamente incentrato sul
bosco e sulle sue meraviglie, con percorsi pensati per bambini e ragazzi che mirano a sensibilizzare
sulle tematiche ambientali e a valorizzare le tradizioni, i lavori agro-pastorali e i tesori del borgo.
Dopo essere stati accolti dalle animatrici alla fontana del bosco, entrati nella colorata e animata
Casa delle Fiabe vi ritroverete in uno spazio di benvenuto multimediale dedicato al “Segreto degli
Alberi”, dove una quercia parlante – l’albero maggiormente diffuso nel bosco insieme al faggio –
descrive la bellezza del territorio e ne racconta la storia, associata alla pratica ancora viva della
transumanza.
Altre stanze multimediali ospitano il progetto “La Bella Narrazione” e lo spazio didattico
“L’Officina del Bosco”, dove due folletti parlano delle piante officinali, creando un itinerario
virtuale che attraverso il mondo magico delle fiabe, raccontate con un linguaggio multimediale–
fatto di proiezioni, sonorizzazioni, grafiche, narrazioni, supporti visivi, illuminazioni –, coinvolge
gli spettatori in un viaggio emozionante alla scoperta dei suoni, degli odori e dei rumori del bosco e
dei suoi abitanti.
Accanto alla casa, è stato realizzato il Teatro della Natura, costituito da un palcoscenico naturale,
con le quinte fatte di edera e piante e con le sedute per il pubblico realizzate in balle di fieno, dove
si può assistere a spettacoli, musical e animazioni. A ciò si aggiunge la possibilità di fare
coinvolgenti passeggiate nel bosco, scoprendo le peculiarità della fauna e della flora lucani.
I bambini potranno partecipare anche al laboratorio “Adotta un albero” e raccogliere materiale utile
per i laboratori che si tengono nella “Stanza dei Tronchi”, dove con l’aiuto delle animatrici
realizzeranno “Il Bosco in Miniatura”.
